Martin Parr: fotografare il quotidiano per raccontare la società del consumismo

Dal 30 gennaio al 24 maggio 2026 si è tenuta a Parigi Global Warning, una mostra retrospettiva sul fotografo Martin Parr, recentemente scomparso a Dicembre 2025. Per le pareti dell’esposizione il fotografo aveva scelto di usare il “rosa gomma da masticare”: un colore che ricorda bikini vistosi, bottiglie di profumo da contrabbando, scatole di cibo super zuccherato e di pannolini; il colore per eccellenza dell’eccesso e del consumismo. Si tratta di un dettaglio che racconta meglio di tante parole i temi della fotografia di Parr: gli appetiti e le contraddizioni umane, il consumismo come specchio di un’epoca.

Parr sentiva la responsabilità, come fotografo documentarista, di riflettere i tempi in cui viviamo; e il suo archivio raccoglie 50 anni di sforzi per raccontare, a chi verrà dopo, tramite immagini, l’epoca in cui ha vissuto e il suo rapporto personale con essa.

Spesso, nei suoi scatti, Parr sceglie il flash per creare quella che considerava una scena fittizia, qualcosa che non esiste nella realtà se non nel momento esatto dello scatto. Il risultato non è una menzogna ma, piuttosto, un’interpretazione personale di cosa vede e un’esagerazione consapevole. La sua fonte di ispirazione era il linguaggio della fotografia commerciale, accesa, di intrattenimento, pensata per catturare l’attenzione dell’osservatore. A questo linguaggio Parr applica la formula del documentario, scelta che diventa sistemica dal 1982 con il passaggio al colore

Martin Parr: origini, passioni e ossessioni

Martin matura un interesse per la fotografia grazie al nonno, che viveva nello Yorkshire, nel nord dell'Inghilterra. Durante l’estate, il nonno gli prestava una macchina fotografica accompagnandolo durante tutto il processo di scatto, sviluppo e stampa delle foto. A 14 anni Martin capisce già che questo è quello che vuole fare nella vita.

Dal padre, birdwatcher, invece, riceve qualcosa di altrettanto importante: il gene dell’ossessione, che secondo Parr è l’unico modo in cui un artista può essere tale. E così Martin cresce coltivando la sua ossessione in vari modi fino a studiare fotografia al Politecnico di Manchester.

Durante la scuola scopre il lavoro di Tony Ray-Jones, il fotografo che per primo era riuscito a fondere la tradizione documentaristica con il gusto della fotografia fine art.

Ray-Jones sarà sicuramente la sua più grande ispirazione per il periodo in bianco e nero, al punto che Parr non si lascerà sfuggire l'occasione, anni dopo, di selezionare fotografie dell’artista partendo da negativi inediti, su invito del curatore di una mostra al museo di Bradford dedicata a entrambi gli autori. Un dettaglio che fa sorridere di quella mostra è un blocchetto di appunti di Ray-Jones che riporta, tra i vari consigli, "DON’T TAKE BORING PICTURES".

Il periodo in bianco e nero e il senso di comunità

Il periodo di Manchester e quello successivo portano Parr a scoprire un senso di comunità molto vivo nei luoghi del nord dell'Inghilterra, che lui non aveva sperimentato durante la sua giovinezza trascorsa nel Surrey, una ricca e distaccata area suburbana del Sud. Durante gli anni ‘70 scatta in bianco e nero, come ogni altro fotografo documentarista del tempo, quasi obbligato dalla norma visto che la fotografia a colori era considerata solo per dilettanti o per scopi commerciali.

Parr inizia a frequentare le cappelle metodiste, dove l'evento più importante era l'anniversario della cappella stessa, e si affeziona in particolare a una gestita da contadini locali che gli restituiscono lo stesso senso di comunità vissuto da bambino con il nonno. Da qui nasce il progetto The Non-Conformists.

“Puoi definire chi sei dalla tua relazione con il mondo attraverso la camera e la fotografia, registrando i cambiamenti del mondo e quelli interiori, affidandoti alla macchina fotografica per progettare e capire un cambiamento”

Parr ha sempre avuto affetto per il suo periodo in bianco e nero, convinto di essere stato molto più delicato rispetto ai suoi anni a colori, più vicino a una celebrazione della vita della classe operaia che a una critica.

Ad inizio degli anni ‘80 Martin Parr si trasferisce per qualche tempo in Irlanda, per il lavoro della moglie, e viaggia per la costa dell’Irlanda occidentale nell’auto più iconica del Dopoguerra inglese, la Morris Minor (antenata della Mini Cooper), alla ricerca di auto della stessa serie abbandonate lungo la strada o nelle campagne. Il risultato racconta l’inevitabile declino di qualsiasi innovazione e mostra già la tendenza di Parr a una fotografia di forte natura concettuale. La regola che si dà è semplice: ogni volta che vede una Morris deve fermarsi e fare degli scatti.

Il passaggio al colore

Nel 1982, al ritorno dall’Irlanda, la produzione di Martin subisce la svolta del colore, ispirata da più influenze.

“They gave me confidence to know that color can be serious too” 

C’è, prima di tutto, l’ispirazione dalla fotografia di cartoline di John Hinde, con la quale Martin viene a contatto lavorando nei villaggi turistici e che l’autore considera una parte unica della fotografia documentaristica inglese. (foto dalla John Hinde Collection, alcune commissionate ad altri fotografi)

E ci sono gli esempi dei fotografi americani come Joel Meyerowitz

William Eggleston

e Stephen Shore.

Oltre a questo, di fatto, i musei americani avevano cominciato ad accettare la fotografia a colori come un medium serio, a partire da una mostra di Eggleston al MoMA di New York nel 1976.

Parr decide di non aspettare oltre. Quando passa al colore vive a Liverpool, vicino a un resort chiamato New Brighton. Da lì nascerà il progetto che considerò sempre la sua opera maggiore: The Last Resort.
Nel progetto dominano, da una parte, la spazzatura ovunque e, dall’altra, in contrasto, la vita domestica delle famiglie di Liverpool. Con il colore, Parr comincia a usare la fotografia per criticare la società invece che per celebrarla e per fare questo, ovviamente, va alla ricerca dei momenti peggiori, delle domeniche più affollate, caotiche, disordinate, sporche.

È da notare (Martin lo sottolinea in un’intervista) come a quei tempi il fotografo aveva potuto fotografare bambini senza che i genitori battessero ciglio, mentre oggi la stessa scena scatenerebbe reazioni furiose. Non a caso, in serie successive, Parr passerà da un obiettivo grandangolare a un teleobiettivo.

The Last Resort viene inizialmente mostrato in una galleria a Liverpool senza problemi, ma quando arriva a Londra le critiche si fanno più aspre: un fotografo di classe media che aveva osato ritrarre la classe operaia.

Dai supermercati alla classe media

Dopo New Brighton, Parr comincia a ritrarre gli estremi della società di negozi e supermercati.

Raccontare le attività ricreative del mondo occidentale diventa il suo grande progetto, che Martin sviluppa in diversi capitoli: le istituzioni, le spiagge, il turismo. Passa dalla classe lavoratrice alla middle class, di cui lui faceva parte e che non era molto raccontata da fotografi professionisti, più interessati agli estremi del molto povero o del molto ricco.

Il fotografo prende in prestito i colori accesi della fotografia commerciale che attirano l’attenzione, ma nelle sue immagini c'è spazio, per chi vuole andarci a cercare, anche per un messaggio politico.

Nel corso della carriera Parr pubblica oltre cento libri fotografici, senza contare quelli realizzati insieme ad altri autori: una collezione che fa sicuramente riflettere sulla forza della sua ossessione, la stessa che lo ha spinto a viaggiare il mondo e a portare una macchina fotografica ovunque andasse.

Criteri e metodo nella ricerca fotografica

I criteri che Martin Parr cercava in uno scatto erano l'ambiguità, l'intrattenimento, qualcosa che sta accadendo, una contraddizione simile alla sua stessa relazione con il mondo e con il Regno Unito: da una parte l’amore incondizionato per la sua terra, dall’altra la delusione a seguito della Brexit, solo per fare un esempio. La sfida del fotografo, diceva, è prendere questi sentimenti e trasportarli nell'immagine, fotografare il proprio paese quasi come forma di terapia.

Parlando del suo lavoro, Martin confida:

"Quando sono fuori a scattare è un po' come una soap opera. Identifico i posti dove voglio fotografare, poi aspetto che i personaggi giusti si mettano al loro posto"

e ancora:

"Quando sei fuori con la macchina fotografica speri e ti aspetti che sia il giorno in cui scatterai una di quelle grandi foto. Non succede spesso, quindi molti giorni, alla fine, resti deluso, ma devi essere pronto per quel possibile momento in cui una buona foto si presenta. Per arrivarci devi scattare moltissime foto molto brutte".

Secondo Parr, la fotografia richiede di essere presente prima che qualcosa accada, non dopo, quindi bisogna andare nel posto dove si pensa che il momento possa manifestarsi; e poi bisogna scattare tantissimo, giorno dopo giorno, essere ossessionati. Nella sua esperienza, se in un anno si ottengono dieci buone foto è un risultato notevole.

Negli anni 2000 Martin gioca con le lenti macro per raccontare i cliché inglesi, cambia camera, cambia approccio; poi cambia ancora passando a un teleobiettivo, obiettivo tradizionalmente estraneo alla fotografia documentaristica e più vicino a quella giornalistica o sportiva.

La spiaggia resta il suo campo di esercitazione preferito, ma in questo periodo nasce anche una serie più orientata al ritratto, confluita nel progetto Only Human, frutto dell'interesse di Parr per la fotografia fashion

un interesse che lo porta a lavorare anche per clienti come Vogue.

Un altro esempio della sua capacità di reinventare il linguaggio a seconda del progetto, senza ripetersi, è la serie sulla stanchezza dei lavoratori giapponesi incontrati in metropolitana, Japanese Commuters: una scelta stilistica pensata su misura per quel progetto specifico e mantenuta coerente per tutta la sua durata.

Magnum e resistenze della comunità

Le critiche già accennate sono solo alcune delle difficoltà che Martin Parr ha dovuto affrontare durante la sua carriera. Un altro importante scoglio è stato il collettivo Magnum: anche Henri Cartier-Bresson, co-fondatore dell'agenzia, considerava Parr appartenente a "un sistema solare differente", e alcuni membri del gruppo non volevano che si unisse a loro.

Parr partecipa a diversi incontri in cui viene respinto, e quando finalmente entra lo fa con appena i voti necessari. Secondo chi si opponeva, il fotografo era troppo cinico e distante dal tradizionale umanesimo che contraddistingue il collettivo. Martin entra comunque, con lungimiranza, perché questo gli garantisce una forte distribuzione del suo lavoro.

Ultimi anni

Nel 2024 esce il documentario I am Martin Parr, prodotto in Francia, che ripercorre retroscena passati e presenti dell'autore, la sua personalità, il suo modo di lavorare, e la reputazione di cui gode oggi non solo in patria ma anche all'estero. Questo documentario è quello che ha ispirato la prima stesura di questo articolo e la sua visione è totalmente consigliata ad ogni fotografo in fase di formazione. Non lo dico solo perché ho felicemente notato che anche Parr usava Canon o perché da lui ho rubato suggerimenti per il mio primo flash; è stato davvero interessante vedere i dietro le quinte di un fotografo dalle tante sfaccettature come lui.

Global Warning, la mostra programmata prima della scomparsa del fotografo, che si è tenuta dal 30 gennaio al 24 maggio 2026, ha riassunto bene il suo sguardo: cinquant'anni passati a rappresentare mille sfumature degli appetiti umani e delle loro contraddizioni, a volte anche con un approccio del tutto frontale. Il suo umorismo era interamente British, capace di essere pungente al punto da diventare irritante. Anche gli scatti che oggi sembrano appartenere a un'altra epoca tecnologica riescono a far sorridere, e allo stesso tempo fanno domandare cosa non va nelle persone, fanno riflettere sul consumismo che diventa quasi competitivo, fanno il verso al modo in cui viviamo e percepiamo il cibo da bancone e sull'aspetto “di massa” delle cose.

Nonostante la reputazione di frivolezza, Parr resta un fotografo sociale in un modo che attenziona il reame del turismo di massa e della cultura trash che, prima di lui, altri non si degnavano di ritrarre.

Nemmeno gli artisti che gli erano più vicini, amici o conoscenti stretti, sanno spiegarsi come abbia fatto a produrre così tanto e a lasciare in eredità un lavoro tanto sovraumano; eppure, Martin ci ha mostrato che è possibile.

Martin Parr in breve

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