“La leggenda di Aang: l’ultimo dominatore dell’aria”, il leak online e la pirateria etica (No Spoiler)

Qualche giorno fa il mondo dell’animazione si è agitato, forse tremato, dopo la diffusione prematura del film (nuovo capitolo) della serie animata “Avatar: l’ultimo dominatore dell’aria”, da non confondere con i colossal di fantascienza James Cameron. Difficilmente il leak del film adesso potrà essere fermato ma la sua diffusione rispolvera, a mio parere, alcuni importanti questioni sul concetto di pirateria etica.

Le origini della serie

La storia del progetto è lunga, travagliata e circondata da momenti di speranza e di tradimento. La prima serie vede protagonista Aang, un bambino del popolo dei Nomadi dell’aria che scopre di essere la nuova reincarnazione dell’Avatar ma che per una serie di eventi sparisce nel nulla e al suo ritorno, 100 anni dopo, scopre un mondo profondamente cambiato, per il quale dovrà lottare e ristabilire un (nuovo) equilibrio. A un primo sguardo potrebbe sembrare un cartone per bambini, nel complesso però il risultato è molto diverso: Avatar tratta temi come l’ambiente, l’attaccamento, l’interconnessione, l’ambizione, l’imperialismo, la cultura, l’industrializzazione e l’equilibrio; tutti temi che coinvolgono anche un pubblico più adulto, che si è infatti affezionato molto alla serie. Avatar viene trasmesso per la prima volta tra 2005 e 2008 in America e tra 2005 e 2010 in Italia. Nel 2020 la serie appare su Netflix e diventa la più vista nel giro di una settimana.

Controversie e delusioni

A seguito del grande successo della serie, nel 2007 la Paramount Pictures commissiona la scrittura, la direzione e la produzione di una trilogia di film d’azione a M. Night Shyamalan, regista di film di successo come Il sesto senso (1999, con Bruce Willis), Signs (2002, con Mel Gibson e Joaquin Phoenix) e Split (2016, con James McAvoy e Anya Taylor-Joy) ma anche di clamorosi flop. Inizialmente Mike DiMartino e Bryan Konietzko, i due creatori della serie, si mostrano entusiasti di lavorare con il regista, tanto che l’idea di una quarta stagione per la serie animata viene accantonata (verrà scoperto solo nel 2019 ma ci sono pareri contrastanti sulla volontà degli autori). In un’intervista del 2014, però, i due creatori raccontano un retroscena fatto di grossi litigi con la produzione.

In fase preliminare gli studios della Paramount si erano resi disponibili a stanziare un budget di 250 milioni di dollari per tutta la trilogia, ma il solo primo capitolo viene a costare 150 milioni in costi di produzione e altri 130 in costi di marketing. All’uscita del live action le critiche sono spietate (non solo per quelle cinematografiche ma anche per le accuse di whitewashing) al punto che, col tempo, i fan legheranno l’evento a uno tra i più popolari meme della community: “There is no movie in Ba Sing Se”.

Dal 2012 al 2014 (2015 per l’Italia) Nickelodeon trasmette il sequel della serie: La leggenda di Korra. Le differenze con il capitolo precedente sono numerose e in verità non sono state ben accolte da una grande fetta della community. Solo negli Stati Uniti, infatti, la prima serie registra una media di 3,8 milioni di spettatori ad episodio mentre Korra raggiunge 2,6 milioni per il primo episodio e 2 milioni per l’episodio finale, con picchi calanti fino a 1,5 milioni per la quarta stagione. Anche per questo, a partire dagli ultimi cinque episodi della terza stagione Nickelodeon interrompe la distribuzione televisiva e sposta tutto online.

Le critiche della community non sono tardate ad arrivare. Tra quelle più comuni ci sono: equilibri politici incoerenti, personaggi coprotagonisti piatti o statici, archi narrativi superflui e ritmi narrativi scadenti. Buona parte di queste critiche si legano fortemente al confronto tra i capitoli di Aang e quelli di Korra ma ci sono delle differenze e delle scelte coraggiose che vanno tenute in conto. La storia di Aang mostra le vicende di un bambino mosso da ideali di pace, che vorrebbe risolvere i conflitti senza combattere o fare del male, in un mondo in cui i cattivi sono maniacalmente malvagi. È un mondo fondamentalmente antico e spirituale, dove la forza dei dominatori elementali è schiacciante rispetto a quella dei normali eserciti e la presenza di questi individui può fare molta differenza. La storia di Korra, invece, è quella di una teenager che pensa di poter risolvere tutti i problemi da sola, con i suoi poteri, ma che deve invece fare i conti con un mondo in fermento, in piena rivoluzione industriale, dove essere un dominatore non basta più, dove la tecnologia è schiacciante e c’è bisogno di una figura mediatrice più diplomatica. Anche i cattivi sono diversi e meno definitivi: più sfumati, umani e con motivazioni comprensibili. La leggenda di Korra affronta i temi dello scontro tra mondo laico e spirituale, delle armi di distruzione di massa, del terrorismo, del disturbo post-traumatico, del fascismo, del genere e dell’orientamento sessuale, andando al di là del semplice intrattenimento giovanile. Nel complesso, non è una serie da sottovalutare.

Nel 2018, approfittando del decimo anniversario del finale di stagione della prima serie, Netflix annuncia un nuovo remake del live-action che esce con una prima stagione di 8 episodi (2024). I creatori originali della serie vengono inizialmente coinvolti come produttori esecutivi e showrunner ma, a due anni dall’annuncio, decidono di abbandonare la produzione con una lettera aperta, pubblicata online. I due raccontano di aver preso questa decisione per l’impossibilità di controllo creativo della serie, per un ambiente negativo poco collaborativo e di scelte non in linea con lo spirito e l’integrità di Avatar. All’uscita della serie, le critiche danno un solido punteggio positivo anche se lamentano la mancanza dello stupore del materiale originale. I forum sull’argomento si spaccano tra i sostenitori di un cast che finalmente è diverso e rappresentativo e chi sottolinea la superficialità della scrittura dei personaggi, le performance attoriali deludenti e il generale fallimento della serie.

Nel frattempo, tornando al 2021, i creatori originali della serie annunciano di essersi rimessi a lavoro negli Avatar Studios di Nickelodeon e nel 2022 la Paramount annuncia l’uscita di un nuovo film d’animazione su Aang, che sarà solo il primo di tre episodi indipendenti sulla serie e che sarà rilasciato il 10 Ottobre 2025.

Il nuovo capitolo, attesissimo dai fan

Arriviamo al presente. Dopo la condivisione del leak sui social media sembra che non ci sia più modo di fermarne la diffusione. Le giustificazioni del gesto non sono tardate ad arrivare: per alcuni, Paramount meritava di essere punita per certe decisioni creative e di marketing che hanno interessato il film. Una delle scelte più criticate è stata quella di cancellare l’uscita nelle sale cinematografiche a favore della piattaforma di streaming, Paramount+. La strategia degli studios è stata messa pesantemente in discussione dai fan, non solo perché reputano che il film sia di una bellezza degna del cinema ma anche perché sono i dati stessi a confermare l’ondata di successo dei film d’animazione: solo “Demon Slayer: Infinity Castle” (2025), ad esempio, ha incassato una cifra di 774 milioni di dollari nei box office globali. La scelta, quindi, riflette semplicemente l’intenzione di Paramount di intercettare il mercato dello streaming che, ormai, rappresenta una grossa tetta da mungere.

Un’altra giustificazione dei pro-leak riguarda il cambio dei doppiatori (ovviamente nella loro versione originale, non sappiamo ancora nulla riguardo la versione italiana). Già nel 2023 la notizia era uscita dalle interviste di membri del cast di doppiaggio originale (Toph e Katara), che si sono detti profondamente legati al progetto ma contenti delle scelte della produzione di usare doppiatori etnicamente più vicini ai personaggi. Per quanto riguarda gli altri doppiatori della Gaang (la gang di Aang), questi non hanno rilasciato commenti o hanno mostrato di essere già impegnati in altri progetti. A ribadire la scelta del cambio, nel 2025, è stata Janny Jue, direttore del casting per il film, che ha confermato come la recente politica di Hollywood di avere personaggi e doppiatori associati per caratteristiche etniche e razziali sia, secondo lei, l’unico modo per fare le cose per bene, perché nonostante Avatar sia un universo fittizio ha comunque delle influenze culturali.

Dalla community però arriva una domanda: se un live-action è chiaramente un altro prodotto, diverso dal cartone, che utilizza attori veri e che quindi deve tenere conto di logiche visive e di rappresentatività, perché questo dovrebbe valere anche per altri prodotti che invece, per loro natura, posseggono e consentono a tutti i livelli (ad esempio: la gravità nei cartoni animati) una maggiore libertà di espressione e interpretazione? Perché il bisogno di maggiore rappresentazione delle minoranze, da un lato, si trasforma in un limite delle possibilità, dall’altro?

Il caso Apu

Nel 2017, il documentario “The Problem with Apu” infiamma il mondo dell’animazione con una grande controversia. Il film è scritto e diretto da Hari Kondabolu, stand-up comedian americano di origini indiane, che evidenzia come la figura del personaggio abbia contribuito a diffondere un problema di stereotipi, di sfottò e di micro-aggressioni razziali. Kondabolu, da bambino, cresce guardando I Simpson perché Apu rappresenta l’unica presenza indiana in televisione (e lo farà per almeno 20 anni). Da adulto, invece, la sua posizione si fa più critica: dirà che la voce di Apu gli sembra quella di un bianco che imita un bianco che imita suo padre e la sua presenza sugli schermi, nonostante sia stata pioneristica, è diventata problematica sistemico: per gli attori e doppiatori americani di origine indiana, a cui viene più che spesso richiesto quello stesso accento; per i giovani di origine indiana che guardano la serie la domenica e sanno già per cosa saranno presi in giro il lunedì.

La reazione iniziale dei produttori è quella di liquidare la questione. Nel frattempo, il doppiatore originale di Apu si dice pronto a farsi da parte (aprile 2018) e (gennaio 2020) lo fa effettivamente. Nel giugno del 2020, dopo i fatti di George Floyd, scoppiano le reazioni a catena: Mike Henry abbandona il ruolo di Cleveland Brown (personaggio dei Griffin dal 1999), Jenny Slate abbandona il ruolo di Missy (personaggio di Big Mouth da 4 stagioni), fino ad arrivare alla scelta dei Simpson di non utilizzare più doppiatori bianchi per personaggi non bianchi.

Nel tempo, Hank Azaria (doppiatore di Apu, torniamo lì per un momento) si è più volte scusato con la comunità indiana in America, esprimendo anche tristezza al pensiero che il suo lavoro abbia contribuito ad alimentare casi di bullismo, nel presente o nel passato. Anche Alison Brie si è scusata per aver dato voce in Bojack Horseman al personaggio di origini vietnamite Diane Nguyen.

Il problema, trattato in questo articolo di cui condivido l’opinione, però non è il fatto che una doppiatrice bianca presti la voce a un personaggio non bianco, ma che non si faccia anche il contrario, cioè che un doppiatore indiano, ad esempio, non abbia ancora interpretato un personaggio bianco. E la soluzione certamente non è relegare un personaggio scomodo a comparsa. Ci tengo, inoltre, ad aggiunge qualcosa: la lotta agli stereotipi, al bullismo e ad altre condizioni negative della nostra società si svolge primariamente tramite l’educazione a scuola e in famiglia; non possiamo aspettarci un futuro migliore senza dare a questo la massima priorità. Se qualcuno, a scuola o a casa, avesse spiegato meglio ai miei compagni di classe delle medie perché non è giusto rifare le mosse di wrestling trasmesse in tv al pomeriggio, forse ai tempi ci saremmo fatti tutti un po’ meno ematomi.

Conseguenze del leak: chi ne soffrirà di più?

Secondo alcune interviste, il primo leak è stato messo in rete per trollare, senza nessuna conoscenza pregressa sulla serie fenomeno. A seguito di questa registrazione video dello schermo, però, un’altra versione, di qualità più alta, è emersa ed ha già ricevuto almeno 10 milioni di views. Paramount si trova di fronte a un problema da 80 milioni di dollari, ma le persone che affronteranno le conseguenze più profonde potrebbero essere quelle che hanno lavorato al film e gli stessi fan della serie.

I film di animazione richiedono anni di sforzi tra scrittura, disegno, voci, musiche, effetti speciali e rifinitura. Come ha spiegato un animatore del progetto:

“Abbiamo lavorato al film su Aang per anni con la speranza che avremmo potuto festeggiare tutto il nostro duro lavoro nelle sale cinematografiche.. solo per vedere le persone che diffondono il film senza cerimonie e che passano i nostri fotogrammi in giro su Twitter come caramelle… Non mi piace vedere le persone usare la terribile decisione di Paramount di rimuovere il film dalle sale per giustificare la sua diffusione abusiva. Capisco perfettamente che la gente non voglia pagare per/sostenere paramount+, ma piratare il film dopo la sua uscita sarebbe stato almeno meglio di questo. Questo è incredibilmente irrispettoso nei confronti di tutto il duro lavoro che gli artisti hanno messo in campo”

Che ha anche risposto alla domanda: “Qual è la differenza tra piratare ora o dopo l'uscita?”

“è una domanda giusta! Diffondere un film prima dell'uscita mina l'intero sforzo nel suo momento più vulnerabile. Nessuna costruzione di marketing, anteprime, ecc., il che danneggia la reputazione del film e influisce sulle future opportunità per gli artisti che ci hanno lavorato. La pirateria d'altra parte avviene dopo che il film ha già avuto la possibilità di raggiungere il pubblico attraverso canali ufficiali, e non danneggia la sua reputazione.”

Un forte messaggio è arrivato poi dal doppiatore Greg Baldwin, voce di Iroh dopo la morte di Mako Iwamatsu, celebre per la canzone “Leaves from the Vine” che rappresenta un emozionante momento di vulnerabilità per il personaggio di Iroh e che Baldwin ha sempre rifiutato di cantare durante gli incontri con i fan:

"Ecco un po' di saggezza: quando scarichi e guardi il film di ATLA leakato, disonori una storia che ami; disonori i creatori, gli artisti, gli sceneggiatori, i musicisti e gli attori. Disonori Mako, disonori me. Tu. Disonori. Iroh."
"Cosa farebbe Iroh? Immaginalo dietro di te mentre clicchi sul link: "Figlio mio... stai rubando qualcosa che ancora non ti appartiene."

Ed ecco perché, anche con la diffusione del leak, molti fan hanno deciso di aspettare l’uscita ufficiale, non per supportare il business della Paramount ma per rispetto degli artisti che hanno lavorato al film. Inoltre, saranno i profitti a determinare se i capitoli successivi riceveranno il via libera, e questo può voler dire non solo una perdita per gli artisti ma soprattutto una perdita per tutta la community.

Leaks e pirateria etica: un esempio tutto italiano

Non è la prima volta che un film o una serie subiscono una diffusione prematura. Hanno avuto esperienze simili Netflix, anche con attese importanti come Ranma e Dan Dan Dan, HBO con la serie “Il trono di spade”, il terzo episodio di Star Wars - La vendetta dei Sith e anche la BBC con Doctor Who. La lista è lunga. Senza voler essere ipocriti, perché non credo sia corretto affermare di non aver mai guardato un leak in vita mia, vorrei concludere raccontando una storia (tutta italiana) che risale a un’altra era di internet e a quella che poi sarà definita come la battaglia alla pirateria.

Nel 2004 nasceva in Italia, sotto la direzione dello storico radicale Luigi Di Liberto, l’associazione Scambio Etico, che, per contestare l’attuale concetto di copyright (specialmente la durata del diritto d’autore sulle opere creative), attuò un’azione di disobbedienza civile costituendo TnT Village, punto di riferimento per milioni di utenti per la condivisione di file in lingua italiana. Scambio Etico credeva nell’idea della cultura libera e della preservazione e vedeva il controllo estensivo di editori e produttori come una tassa sulla conoscenza, pur riconoscendo le esigenze economiche dei produttori di cultura. Per questo, il concetto di scambio etico si basava su regole precise scelte per non creare un danno economico all’autore dell’opera condivisa. La condivisione, secondo questo sistema, poteva avvenire solo dopo 12 mesi dalla riproduzione dell’opera su supporto fisico (nel caso di film, ad esempio, solo 12 mesi dopo l’uscita del DVD), tempo ritenuto più che sufficiente per accumulare guadagni. La posizione di Di Liberto è stata sempre chiara:

“C’è la conoscenza [da una parte] e il prodotto [dall’altra], che è un lusso.” 

Il progetto Scambio Etico non era solo una battaglia alla libertà ma era anche un progetto comunitario, con assemblee aperte al pubblico e tuttora presenti in rete. L’associazione vedeva nell’avvento della tecnologia Torrent e peer-to-peer (p2p) il modello di rete decentralizzata che poteva essere la risposta giusta per andare verso la democratizzazione della cultura; è poi questo stesso modello che, anche oggi, è stato ripreso per la creazione del Fediverso, l’ecosistema di social network non centralizzati come Mastodon, Pixelfed, PeerTube e Lemmy che rappresentano l’alternativa a X/Twitter, Instagram, Youtube e Reddit.

TnT Village chiude nel 2019, sotto le pressioni delle ripercussioni legali portate avanti dai colossi dell’editoria, ma gli ideali che i suoi membri hanno portato avanti durante tutti quegli anni, anche se allora non mi erano totalmente chiari, sono la prima cosa che mi è venuta in mente, oggi, alla notizia del leak di Avatar. Ecco spiegato, allora, perché ho voluto scrivere la mia opinione sulla vicenda: spero che il concetto di pirateria etica convinca più persone a rispettare gli artisti che hanno lavorato duramente a questo film; e che prima di rimettere la benda nera sull’occhio aspetteremo insieme almeno l’uscita ufficiale.

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