Alfred Kubin e l’estetica del male: una mostra all’Albertina Modern di Vienna

Nel settembre del 2024 sono rimasto affascinato da un manifesto dell’Albertina Modern di Vienna che pubblicizzava una mostra su Alfred Kubin. Il manifesto ritraeva una scena grottesca, onirica e surreale allo stesso tempo: un uomo di spalle, decapitato, e un’enorme testa mozzata che fissa il suo corpo. Attratto dal titolo della mostra, ”L’estetica del male” (e forte di uno di quei pass gratuiti che non guasta mai) volevo saperne di più.

La mostra presentava circa un centinaio di opere dell’artista austriaco, realizzate tra 1899 e 1904, che raccolgono ed espongono l’evoluzione del suo linguaggio visivo e testimoniano anche un momento di grande trasformazione per la società del Novecento con tutte le angosce sociali ed esistenziali che verranno poi approfondite nella mostra sul Gotico Moderno, in un excursus sulle tematiche che lo hanno reso uno dei più inquietanti illustratori del XX secolo: incubi, alienazione, mostruosità, paura della sessualità, vite condannate dalla nascita.

Le produzioni di Kubin sono fortemente influenzate dalle proprie esperienze personali.

"Non creo per piacere, ma per dimenticare tutto il disgusto che sento di me stesso e del mondo."

Dolore e momenti crudeli sono rappresentati in molti lavori di Kubin, la cui vita è stata segnata da continue costrizioni da parte del padre e dal sistema scolastico.

L’artista confronta l’umano con i suoi abissi. Impalato, penetrato, legato e impiccato, Kubin ci presenta il dolore che l’uomo è capace di infliggere ai suoi simili.

Uno dei modelli dell’illustratore austriaco per brutalità visiva e per scene di tortura è lo spagnolo Francisco de Goya che è passato alla storia con il suo ciclo di lavoro I disastri della guerra (1810-1813):

A differenza dell’artista spagnolo, Kubin sceglie di non rappresentare le crudeltà dei soldati e si concentra invece su quelle commesse da uomini e donne nella vita quotidiana. Ulteriori modelli dell’autore sono Pieter Bruegel il Vecchio (1525-1569):

e Hieronymus Bosch (1450-1516), che l’artista austriaco studia durante la sua visita a Vienna, affascinato dalle composizioni affollate, grottesche e assurde:

L’opera di Kubin passa spesso da comica a horror. Il grottesco unisce l’elemento raccapricciante a quello comico in una contraddizione affascinante: proporzioni distorte ed esagerate, strane creature, figure fantastiche ed enigmatiche.

L’autore rappresenta la donna principalmente nel ruolo di seduttrice, senza vergogna, possessiva; e l’uomo in quello di vittima, succube delle tentazioni femminili, incapace di difendersi, o ancora nel ruolo di violento dominatore del sesso altrui. Questa enfasi sulla sessualità della donna e sul potere è in linea con le correnti di fine ’800, momento in cui gli artisti ritraggono donne sia come angeli che come femme fatale, consapevoli della loro imminente emancipazione.

Nelle illustrazioni di Kubin le figure femminili alternano un ruolo passivo (divorate o sottomesse) a uno attivo (predatrici in forma di ragno, seduttrici che si nutrono di resti umani). La sessualità femminile secondo l’artista è sempre in agguato, in cerca dell’uomo.

Modelli di questo stile sono i simbolisti Félicien Rops, Gustave Moreau, Fernand Khnopff e Franz von Stuck:

L’ispirazione per le composizioni fantastiche di Alfred Kubin nascono anche dalla spinta visiva del pittore e scultore tedesco, suo contemporaneo, Max Klinger (1857-1920), e dell’illustratore inglese Aubrey Beardsley (1872-1898):

All’età di vent’anni, Kubin scopre il disegno a penna, che diventerà la sua tecnica artistica preferita e gli ha permesso di produrre le opere più celebrate. I suoi disegni sono stati esibiti a Berlino, a Monaco e alla Secessione viennese.

La paura resterà il suo motore artistico per tutta la vita, paradossalmente, sia tormento che spinta creativa.

A distanza di due anni, riorganizzando questa visita qui nel blog, il manifesto della mostra è ancora il disegno che mi piace di meno. Ora, però, rifletto sulla possibilità che l’immagine possa essere stata scelta come metafora dell’artista: un autoritratto di Kubin stesso, che si guarda da fuori con disgusto e paura, con l’inquietudine della sua rappresentazione di una vita che non cercava il piacere della vita stessa.

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